Cibo spirituale

Lungo il cammino proverai tante sensazioni ed emozioni: avrai tempo per esplorare, conoscere, incontrare persone e stare solo/a. In questa pagina ti offriamo alcuni (pochi) spunti di riflessione da meditare e custodire durante il tuo andare.

Ricorda che anche spiritualmente si viaggia leggeri: porta solo ciò che ti serve qui e ora... è in quello che incontrerai il tuo Signore e Lui ti sta già aspettando!




DAI SERMONES DI SANT’ANTONIO

“Qui in terra, l’occhio dell’anima è l’amore, il solo valido a superare ogni velo. Dove l’intelletto s’arresta, procede l’amore che con il suo calore porta all’unione con Dio”.


VITA ATTIVA E VITA CONTEMPLATIVA

Il quinto giorno Dio creò i pesci nel mare e gli uccelli sopra la terra. La quinta virtù è la pratica della vita attiva e di quella contemplativa. In essa l'uomo attivo, come il pesce, percorre le vie del mare, cioè del mondo, per poter assistere il prossimo sofferente nelle sue necessità; e l'uomo contemplativo come un uccello si innalza al cielo sulle ali della contemplazione, e nella misura delle sue capacità contempla «il re nel suo splendore» (Is 33,17). «L'uomo - dice Giobbe - nasce alla fatica» della vita attiva, «e l'uccello al volo» della vita contemplativa (Gb 5,7).
Osserva poi che, come l'uccello che ha il petto largo viene frenato dal vento perché sposta molta aria, mentre quello che ha il petto stretto e penetrante vola più veloce e senza difficoltà, così la mente del contemplativo, se si allarga a molti e svariati pensieri, viene troppo ostacolata nel volo della contemplazione; se invece la sua mente incomincia a volare raccolta e concentrata in una cosa sola, fruirà veramente del gaudio della contemplazione.
L'esercizio di questa duplice vita è raffigurato nell'ora undicesima, nella quale il padrone di casa esce per l'ultima volta. L'undicesima ora consta dell'uno e del dieci: la vita contemplativa si riferisce all'uno, perché essa ha per oggetto Dio solo, unico gaudio; invece la vita attiva si riferisce ai dieci precetti del decalogo, nei quali essa stessa raggiunge la sua pienezza nel tempo di questo esilio terreno.


...La quinta virtù è la pratica della vita attiva e di quella contemplativa.
 

«Io sono la via» (Gv 14,6), senza possibilità di sbagliare per coloro che la cercano.
Dice Isaia: «Sarà chiamata via santa; per essa non passerà l'impuro; e per voi questa sarà la via diritta, così che neppure gli stolti si smarriranno percorrendola» (Is 35,8). Chi vuole essere sapiente, si faccia prima stolto per essere sapiente (cf. 1Cor 3,18). Lo stoltosapiente non sbaglia percorrendo la via di Cristo, il cui insegnamento fu di disprezzare le cose temporali e apprezzare e gustare quelle celesti.


«Séguimi», dunque, perché io conosco la strada giusta per la quale condurti. Leggiamo nei Proverbi: «Ti mostrerò la via della sapienza; ti condurrò per i sentieri della rettitudine; quando vi sarai entrato non saranno intralciati i tuoi passi, e se corri non inciamperai» (Pro 4,1112). La via della sapienza è la via dell'umiltà: ogni altra è via della stoltezza e della superbia. Le vie giuste ci ha mostrato quando ha detto: «Imparate da me» (Mt 11,29).
Il sentiero è largo solo due piedi (circa mezzo metro), di modo che una persona non può affiancarsi all'altra; ed è chiamato in lat. semita, quasi a dire semis iter, mezza strada, da semis, metà, e iter, strada.
I sentieri della rettitudine sono la povertà e l'obbedienza, e per essi Cristo, povero e obbediente, ti guida con il suo esempio. In essi non c'è alcuna tortuosità, ma tutto è diritto e chiaro. Ma - cosa meravigliosa! -, pur essendo così stretti, si afferma che in essi il cammino non è intralciato. Invece la via del mondo è larga e spaziosa; ma per i secolari, che vi camminano come ubriachi, essa non è mai abbastanza larga: per l'ubriaco la via è sempre stretta, per quanto larga sia. La malizia, la perfidia trovano tutto stretto; invece la povertà e l'obbedienza, proprio per il fatto che sono strette danno la libertà: perché la povertà rende ricchi e l'obbedienza rende liberi. E colui che corre dietro a Gesù in questi sentieri non trova l'inciampo della ricchezza e della propria volontà.
«Séguimi», dunque, e ti mostrerò «ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo» (1Cor 2,9). «Séguimi, e ti darò» - come è detto in Isaia - «tesori nascosti e ricchezze ben celate» (Is 45,3); e ancora: «Allora vedrai e sarai raggiante, si meraviglierà e si dilaterà il tuo cuore» (Is 60,5). Vedrai Dio faccia a faccia, com'egli è (cf. 1Cor 13,12; 1Gv 3,2); sarai ricco di delizie e delle ricchezze della duplice stola dell'anima e del corpo; il tuo cuore sarà estasiato di fronte ai cori degli angeli, ai troni dei beati, e così si gonfierà di gioia e proromperà nel canto dell'esultanza e della lode. Dunque «séguimi!».


E osserva che il Signore sta alla sommità della scala per due scopi: per reggerla, e per accogliere coloro che salgono su di essa. Infatti egli sostiene il peso della nostra fragilità, affinché possiamo salire con le opere della carità; e accoglie coloro che salgono, affinché con lui che è eterno e beato, siamo eterni e beati anche noi.


«Io sono il buon pastore». A buon diritto Cristo può dire: «Io sono», perché per lui nulla è passato, nulla è futuro, ma tutto è presente. Infatti dice nell'Apocalisse: «Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine, dice il Signore Dio, che è, che era e che verrà, l'Onnipotente» (Ap 1,8); e nell'Esodo: «Io sono. Così dirai ai figli d'Israele: “Io sono” mi manda a voi» (Es 3,14). Giustamente quindi dice: «Io sono il buon pastore».



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